Even saints find flaws in their character and that’s what makes them human. Their sanctity is for others to judge and attribute”

Ogni storia che ci viene raccontata ha la forma di un cerchio. Il punto di partenza e quello di arrivo è lo stesso, a cambiare, invece, sono i personaggi che compiono il viaggio. L’eroe e la sua ombra, che poi a ben vedere è anche essa  figura eroica di un suo proprio viaggio, come ci insegna l’antropologia e molto, moltissimo cinema. La storia è tutta lì, nell’incontro tra archetipi rovesciati.

Quello che però la rende un racconto davvero potente è la frammentazione delle sue figure archetipiche in creature complesse, soggetti sfocati che sfuggono alle etichette e che, proprio per questo, sembrano assomigliarci. Siamo il male e il bene, i santi e i peccatori all’interno dello stesso cerchio. Non dobbiamo aspettare di ritornare per essere altro.

Questa complessità e vicinanza al reale è il successo di molti personaggi seriali, mai troppo buoni, mai davvero cattivi. Così, quando mi sono imbattuta in Narcos e in Horacio Carrillo me ne sono innamorata, un amore sconveniente a giudicare dalle sue azioni, ma inevitabile se guardiamo al suo coraggio e alla sua perseveranza di fronte ad un male di gran lunga più grande. E siccome i personaggi sono nulla senza gli attori che li vestono, ho chiesto a Maurice Compte di raccontarmi il suo di cerchio. Vogler ne sarebbe felice.

Peter Brook una volta ha detto che “l’attore è un perenne bambino”, credi avesse ragione?

Si assolutamente. Non ci sono regole sul modo in cui un attore trova la migliore caratterizzazione dei personaggi che interpreta. L’attore dovrebbe essere quanto più libero possibile da qualsiasi personale pregiudizio per servire al meglio qualunque progetto preso in considerazione. Il personaggio dovrebbe diventare un ambiente in cui si entra con neutralità e si esplora, e non viceversa.

Ho letto in una tua intervista che al liceo avevi deciso di arruolarti nei Marines e che recitare all’inizio è stata quasi una forzatura, una cosa che odiavi, poi un’insegnante e un palco hanno cambiato la tua vita. Che ricordo hai di quel periodo?

Si, mi avevano già comunicato la data di arruolamento nell’unità ROTC (Reserve Officer’s Training Corps è una scuola per ufficiali per ogni branca delle forze armate n.d.r) prevista dal mio liceo . Non ero uno studente brillante. Ero disinteressato e me ne stavo per conto mio per la maggior parte del tempo a scuola. Allo stesso tempo, amavo le persone e l’interazione; solo non mi sentivo bene con me stesso, e per questo rimanevo spesso da solo. Puoi immaginare la mia reazione, quindi, quando ho avuto bisogno di un credito in arte per diplomarmi e l’unico corso rimasto aperto era quello di teatro, non ero per niente entusiasta. E sebbene non fossi il tipo più estroverso, quando ho messo da parte i miei pregiudizi, grazie all’insegnante Marty Hancock, la mia vita improvvisamente ha trovato un nuovo significato. Non sono mai diventato estroverso come gli atri compagni di corso, ma ho trovato un modo per esplorare ed esprimere emozioni che avevo soppresso per molto, molto tempo. Per questo motivo, cerco di supportare l’insegnamento delle arti nelle scuole, queste sono e posso diventare, come nel mio caso, più terapeutiche di qualsiasi consulenza psicologica.

Marty Hancock e Maurice Compte
Marty Hancock e Maurice Compte

Hai recitato in due delle serie che ho amato di più e che mi hanno fatto fare binge watching selvaggio: Breaking Bad e Narcos. Com’è stato lavorare in due produzioni così straordinarie e con due showrunner come Brancato e Gilligan?

È stato fantastico. Entrambi sono fantastici. E sono grandi esempi per imparare come funzionano le cose, perché devi capire che il processo creativo è un viaggio molto personale, che uno comincia nel profondo di sé stesso e che poi fluisce all’esterno di sé. Sono persone umili, straordinari professionisti che non si prendono troppo sul serio. Se li guardi lavorare sembra che stiano sempre ad arrovellarsi il cervello su ogni aspetto della produzione, poi parli con loro e tutto è cristallino, quasi ovvio. 

Il comandante Horacio Carrillo è un personaggio incredibile, l’ho amato e odiato (ho persino pianto quando Escobar lo uccide), ma è un personaggio che, rispetto agli altri, non esiste. Su cosa avete lavorato per renderlo così complesso? Vi siete ispirati alla figura di Hugo Martinez o è stato creato dal nulla?

Ho sempre cercato di vedere ogni progetto in cui sono coinvolto come qualcosa da vivere fuori dalla sua realtà, come attraverso una lente, come uno spettatore fa guardandoci attraverso. La vita interna di questo progetto, fino a quando Carrillo è stato coinvolto, ha fatto di lui una voce di un particolare gruppo di persone che per lungo tempo è stato marginalizzato e, più alla lunga, anche denigrato e considerato corrotto e selvaggio. Credo che questo dipendesse da quella rabbia che l’archetipo di Carrillo rappresentava, non solo in relazione ad Escobar, ma a tutte le cose vili e terribili accadute in quel paese, usando un linguaggio che sia Escobar che gli spettatori potessero capire. Sono stato assolutamente ispirato dal vero Hugo Martinez, il quale merita molto rispetto per i suoi sacrifici nella lotta contro Pablo e il cartello di Medellin. Ma penso anche che la “fictionalizzazione” di Carrillo, come avviene in ogni altra serie, abbia avuto l’obiettivo di creare un feeling con gli spettatori  rispetto ad un’era e ad un archetipo, non certamente quello di essere fedele rappresentazione storica del narcotraffico.

Quali sono le immagini, i ricordi della Colombia che ti porti nel cuore?

Il calore del popolo colombiano. La bellezza grezza della biodiversità e del cibo dell’intero paese. La cultura culinaria che c’è, specialmente in una città come Bogotà, è affascinante, l’ho apprezzata molto.

Molti dei personaggi che hai interpretato, bisogna dirlo, non sono dei santi. Ti diverte di più fare il cattivo?

Anche i santi hanno i loro difetti ed è questo a renderli umani. Sono gli altri a giudicarli santi, ad attribuirgli una condizione particolare. Ma è nella loro capacità di relazionarsi agli altri, anche se fosse una relazione caotica, che la delicata natura dell’esperienza umana si rivela. E per me,  l’aspetto più affascinante dell’interpretare un cattivo sta tutta lì, nel mostrare quella fragilità. 

C’è un personaggio delle serie tv, anche del passato, che avresti voluto interpretare?

Non posso dire di averlo. Sono estremamente grato per le cose che si sono materializzate davanti al mio percorso, sono andato avanti concentrandomi su quello che avevo, non ho mai pensato ad altro. In genere, sono troppo impegnato a guardare dove sono diretto, piuttosto che a dove sono stato o dove non sono stato. Le cose sembrano funzionare indipendentemente da me, su un orologio di cui non riesco a leggere i movimenti. Quindi, mi concentro sul qui e ora, dove sto bene.

Roman Polanski dice che “fare il regista mentre stai recitando è facile perché c’è una persona in meno con cui discutere” In passato hai scritto e diretto un corto, Vamonos, è un’esperienza che rifaresti?

Con un po’ più di esperienza, un  budget maggiore e magari più persone ad aiutarmi lungo il processo. Probabilmente.

So che non vedremo il comandante Carrillo nella nuova stagione di Narcos  (sempre che non ritorni dal mondo dei morti), ma dove possiamo vedere, invece, Maurice?

C’è una nuova serie a cui sto lavorando proprio ora e un film per cui sono ancora in trattative. Ma dopo essere stato via per più di un anno ed essermi perso la nascita del mio secondo figlio, con Narcos e altri progetti, ho bisogno di stare a casa per riconnettermi con mia moglie e con i miei figli. È un’avventura affascinante anche quella.

Sia gli Stati Uniti che Cuba si apprestano ad un’era di cambiamenti, non sappiamo di che genere. Cosa speri che accada all’indomani della vittoria di Trump e della morte di Fidel Castro?

Niente che non sia già successo ad un certo punto nella storia.

 

Illustrazione di Alessandro Ribaldo

Traduzione di Enrico Patrono